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E’ il voler godere un pizzico della sua gloria. Briciole da raccontare ai nipoti: "Io c’ero. Io gli ho perfino parlato. Io ho chiacchierato a lungo". E forse neppure tanto in fondo anche con un pizzico di sollievo: "Finalmente se ne va". Per la serie "ponti d’oro al nemico che fugge". Eppure questo signore che ora saluta con un sorriso contenuto e quasi beffardo li ha battuti, bastonati e quasi sbeffeggiati per ben sette anni. Gli ha soffiato sotto il naso la corsa più bella dominandola dall’alto di una super-potenza fisica e psicologica straripante e a tratti anche arrogante. Anche in questa settima edizione nella quale gli sono bastate due tappe di montagna corse in prima linea e una vittoria (crono di Saint Etienne) per intascare il guiderdone. E’ passato fra mille vicende con una sola costante: il suo dominare sui pedali, anche adesso che se ne va, non è riuscito ad allontanare i sospetti. Uno su tutti, a parte le testimonianze di ex massaggiatori, ex collaboratori che hanno scatenato una lunga serie di tempeste giuridiche: perché rivolgersi per anni ad un medico dopatore? Poi ci sono i dati sul campo. Prestazioni strabilianti, inspiegabili con le tradizionali regole della fisiologia. Perché per "sparare" 550 watt in salita per un’ora al termine di sei ore di gara non basta la tecnica, la ricognizione meticolosa del percorso, la cura dei particolari, l’allenamento, i materiali e neppure la "testa" e la forza di volontà.
Si discuterà per secoli la caratura di questo personaggio. Se, cioè sia da apprezzare di più un atleta che mira solo ed esclusivamente alla più grande manifestazione del calendario, trascurando tutto il resto in nome della specializzazione più esasperata e gareggiando in buona sostanza un mese o poco più l’anno; oppure il campione che si ingaggia attraverso i momenti salienti dell’intero calendario. Quelli del ciclismo mitico di una volta erano così. Armstrong resta semplicemente imparagonabile, anche se il suo record, i suoi sette Tour consecutivi, saranno difficilmente superati in futuro. Per certo il texano è stato estremamente funzionale al ciclismo degli ultimi anni. E’ arrivato al momento giusto e con le stimmate perfette per risollevare il ciclismo percosso e bastonato dal terribile scandalo Festina del 1998. Uno scandalo che aveva portato i politici francesi a pensare addirittura di sospendere il Grande Ciclismo per qualche tempo. Immaginate il terrore degli organizzatori della Grande Boucle. Immaginate il loro sollievo quando al via del 1999 si presenta, emergendo dalle nebbie di un male incurabile un nuovo Marziano. Non solo ha sconfitto il cancro (con tanto di doppio intervento ai testicoli e al cervello e di massacrante chemioterapia), ma ora vince anche il Tour. E’ un’immagine dalla forza immensa che cancella con un colpo di spugna il passato. E’ l’emblema perfetto del "do it" americano. Lui, l’Amerikano è cambiato, è più leggero, più agile; da forte potente diventa forte-agile-potente-resistente. Da passista-rouleur a passista-scalatore-cronoman-tuttofare. Una nuova genia di atleta, insomma. Capace di trasferire tanto ossigeno ai muscoli da consentirgli di frullare le gambe anche in salita su ritmi impossibili per chiunque altro: 100-105 pedalate al minuto; capace di fare bruciare ai suoi muscoli più acido lattico di ogni altro. Meravigliarsi se in tanto stupire è stato controllato e ricontrollato ai test antidoping e non è mai stato trovato positivo?
Si possono scegliere due strade di fronte a
questo personaggio. Quella della favola bella "che ieri ti illuse
e oggi ti illude" e quella di una realtà forse meno fascinosa e
accattivante, ma più concreta. Una realtà in cui certi dubbi hanno
comunque cittadinanza perché rispondono ad una logica mai
contestata se non a vuote parole (se di fenomeno vero si tratta,
perché non si mette a disposizione della scienza per farsi
indagare? Cosa ci sarebbe in questo caso da temere?). E non si
possono cancellare i dubbi solo perché si vuole sognare. Anche se
c’è chi lo preferisce. Ma contrabbandando il sogno per realtà si
finisce per creare falsi miti che innescano folli corse imitative,
a tutti i costi. E così si arriva al doping pesante anche ai
quindicenni. Interessa a qualcuno?
"Meglio di così non potevo concludere la mia carriera", dice il
texano dal gradino più alto del podio montato di fronte ai Campi
Elisi. Meglio di così non gli poteva andare in questi anni (specie
gli ultimi) durante i quali ha incassato una media di 18 milioni
di euro a stagione. "Ho assicurato il futuro ai miei figli", ha
detto. Poi ha avuto parole di elogio per i suoi avversari, per
Ivan Basso in particolare: "Ho avuto avversari molto forti. Basso,
poi, l'ho sempre stimato. Molte altre volte potrà salire su questo
gradino. Mi dispiace lasciare questo mondo e questo sport, al
quale ho dedicato tutta la mia vita. Viva il Tour, per sempre". I
suoi Tour resteranno anche per via delle medie stratosferiche
(anche questo elemento di riflessione e di dubbio): sei dei suoi
sette Tour hanno centrato il record e se durante quest’ultimo non
lo ha fatto è solo perché l’ultima tappa è stata pedalicchiata da
cicloamatori (39,200 all’ora). Fino alla vigilia di Parigi era
41,950. Con lui il ciclismo della "grande boucle" è passato dai
38-39 all’ora dell’epoca Indurain-Pantani ai 41 e passa. Se è il
segno di una crescita generazionale (tutti Marziani in futuro?)
oppure un ulteriore "fenomeno" inspiegabile si vedrà nei prossimi
anni.
Intanto lui sembra stia già pensando ad un nuovo passo clamoroso:
l’entrata in politica. "Forse sarò candidato governatore", ha
detto Armstrong, senza precisare se ci sta davvero pensando sul
serio e se intende farlo nel 2008, quando ci saranno le prossime
elezioni in Texas. E a corroborare l’ipotesi c’è la testimonianza
nientemeno che di John Kerry l'avversario sconfitto da Bush alle
presidenziali del 2 novembre, senatore del Massachusetts. In una
intervista alla Ap, Kerry ha detto pensare che Armstrong "sarà un
politico eccezionale".
Un solo brivido, nell’ultima frazione, quando per la strada
scivolosa finiscono a terra tre compagni di Armstrong (e lui se la
cava per poco) prima ancora che i giudici neutralizzassero la
classifica finale al primo passaggio sotto l’Arc de Triomphe
proprio per i pericoli del fondo bagnato. Poi è stato duello fra
Vinokourov e Hushovd per il quinto posto in classifica. L’ha
spuntata il kazako che ha vinto sugli Champs Elisée con un colpo
da finisseur a tre chilometri dall’ultimo striscione.
E’ stata un’edizione piuttosto modesta e scontata. Dove lo
strapotere di Armstrong, manifestatosi subito e mai seriamente in
discussione, ha messo praticamente la cappa, lasciando spazio solo
alle figure di secondo piano lontane dai vertici della classifica.
Basso e Ullrich hanno il merito di averci provato ad attaccare, ma
la facilità con cui il texano di Dallas ha risposto senza mai un
vero e proprio affanno ha messo subito la sordina alle
velleità.Tutto sommato il bilancio azzurro è accettabile: tre
tappe con Barnucci, Savoldelli e Guerini non sono poche
considerando l’assenza di corridori come Petacchi, Simoni, Cunego.
Capitolo Basso. Con la tecnica dei piccoli passi il varesino si è
portato a ridosso del re del Tour, che lo battezza come suo erede.
"Ho il dovere di provare a vincere il Tour de France il prossimo
anno - dice Basso - La cosa più bella è che sono andato sempre
migliorando negli ultimi quattro anni. E' una gara che mi piace e
mi è amica. Il secondo posto è il miglior risultato che potevo
ottenere. Ho attaccato in tutti i modi, ma ci sono i presupposti
per fare bene, Il mio obiettivo sarà quello di vincere questa
gara".
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