IL 91° TOUR DE FRANCE con SportPro Torna alla Home Page

EDIZIONE 2003

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ARMSTRONG E UN TRIONFO MACCHIATO

PARIGI - Lo sprint di Boonen sugli Champs Elisée. Il sorriso freddo di Armstrong sul podio del sesto successo, storico per gli annali, ma non paragonabile neppure lontanamente alle "cinquine" dei vari Anquetil, Hinault, Merckx, Indurain (loro correvano e vincevano tutta la stagione...); la gioia di Ivan Basso sul terzo gradino podio con la figlioletta Domitilla; l’Italietta dignitosa di Caucchioli (11°) e mugugnante di Simoni (17°); quella delle promesse future (Scarponi). Le belle immagini di un Tour tutto sommato monotono e senza grandi brividi (eccessivo lo strapotere dell’amerikano) hanno corso il rischio di essere oscurate dall’ennesima polemica.

E ancora una volta è il braccio di ferro fra Simeoni e Armstrong a rovinare la festa. Per il texano a Parigi è stato l’ennesimo trionfo sul piano sportivo, ma una vera disfatta sul piano umano. Anche nell’ultima frazione del Tour sono continuate le piccole meschine vendette nei confronti dell’italiano. Invano il laziale di Sezze ha cercato, in svariate occasioni, di andare un fuga. L’ordine dell’americano era di chiudere inesorabilmente. Tutti in fuga meno che lui, Filippo Simeoni. Rischia di diventare un atto grave e sbaglia chi sottovaluta. Così ogni volta che l’italiano provava ad allungare, la squadra della maglia gialla si lanciava subito all’inseguimento ventre a terra. Raggiunto e sbeffeggiato, oltretutto, come si è visto bene in tv quando Ekimov ha annullato l’ennesimo tentativo. Un gioco al massacro. Non solo. Un atteggiamento altezzoso e arrogante che stona con l’immagine di uno sport accattivante e ricco di valori che gli organizzatori della Grande Boucle vorrebbero ammannire al pubblico. Al laziale di Sezze resta la soddisfazione di aver mobilitato una intera squadra, quella del sei volte vincitore, costretta più volte ad inseguirlo. La giuria gli darà il premio della combattività: piccolo Davide contro Golia. Non è certo esaltante per una formazione che lungo i 3.391 chilometri della Grande Boucle ha dato dimostrazione di una forza tale da far stropicciare gli occhi anche ai più inveterati suiveurs. Azevedo sui Pirenei (e alla fine quinto in classifica generale...), Landis sulle Alpi, Hincapie e gli altri dappertutto. Tutti fortissimi, tutti, nessuno escluso, sempre pronti (mai un momento di flessione), scattanti agli ordini del Kapo. Una formazione preparata a puntino per il grande impegno francese. Che ha stradominato.

Davvero non c’era bisogno che esplodesse tanto immotivato astio nei confronti di un corridore umile, un piccolo gregario, che non può essere certamente considerato un avversario pericoloso. Tutto questo è il segnale preciso di quanto vale umanamente il sei volte re del Tour: uno che si abbassa ad una volgare ripicca. Può sembrare paradossale, ma - se ha ragione il tam tam del plotone - si tratta proprio di questo: di una meschina rivalsa. I fatti sono noti. Simeoni è coinvolto nel processo doping che si sta celebrando nei confronti di Michele Ferrari, il medico-preparatore cui da anni si appoggia anche Armstrong. E nelle more delle varie udienze ha confessato di essersi dopato in passato (per questo è stato squalificato ed ha scontato regolarmente la pena). Test e consigli glieli forniva Ferrari; per questo (e numerose altre vicende) il medico finisce sotto accusa nel processo: sarebbe un dopatore. Ad Armstrong la testimonianza di Simeoni non è mai andata giù. E’ naturale, ovvio perfino. Immaginate: lui, l’eroe dei sei Tour, l’uomo che ha sconfitto il cancro per tornare a vivere e ad ottenere risultati strabilianti, mai ottenuti prima della malattia; l’americano che parla a tu per tu con Bush (a Parigi è arrivata la solita telefonata di complimenti) e i grandi della terra, ridotto a valersi dei consigli di un medico accusato di doping... Non è proprio il massimo per l’immagine e la credibilità. Dunque bisogna reagire. E la reazione dell’americano è un’accusa contro Simeoni: è un bugiardo, un buffone. Mentisce. Simeoni prima incassa, poi querela per diffamazione lo statunitense di Dallas. L’americano gliela giura. Si è ben visto, nella terzultima tappa quando Simeoni per non danneggiare i compagni e vanificarne la fatica cede al ricatto dell’amerikano: "staccati e lascio anch’io la fuga". Una intimidazione vera e propria. Come si vede nei film del padrino. Tant’è che dall’Italia si sono interessati anche i Carabinieri: intimidire un teste (il processo a Ferrari è ancora in corso) è un reato e non è escluso che la vicenda non finisca qui per la legge italiana. Probabilmente Simeoni sarà sentito dai Nas in settimana. I contatti dei militari con i colleghi della polizia francese sarebbero già avviati.

Il duello è continuato anche nell’ultima frazione. Una, due, tre volte. Questa volta l’americano si è limitato a muovere le sue pedine, i compagni. Versione ufficiale: i "postini", volevano entrare trionfanti in testa al gruppo a Parigi, prima della bagarre finale. Versione credibile? Perché, allora, Ekimov una volta raggiunto Simeoni, dopo l’ennesimo tentativo, gli fa le corna? Un gesto gratuito; uno spettacolo brutto e avvilente. Ma indicativo dell’atteggiamento dei postini nei confronti dell’italiano. Indegno di un atleta - come il russo - che ha un palmares importantissimo; indegno della maglia gialla e di una squadra che ha dominato in lungo e largo la corsa francese. E che dire dell'australiano Wilson che ha perfino mollato un mezzo ceffone a Simeoni perchè ha avuto - udite udite - l'ardire di attaccare nell'ultima frazione, tradizionalmente dedicata ai brindisi e ai congedi, nonchè combattuta solo nella parte finale agli Champs Elisée. Un fatto sul quale la giuria, prontamente informata, ha voluto glissare. Ed è davvero inqualificabile il comportamento di certi corridori che prima violano le regole a loro piacimento (ad esempio impedire a un collega di giocarsi le proprie legittime carte in una fuga) e poi pretendono che venga rispettata la "tradizione". Non si tratta di peccati veniali, perché dietro c’è la volontà di umiliare, isolare e mettere a tacere chi parla, chi racconta la verità (come Simeoni) in un gruppo che sembra ancora regolato dalle squallide regole dell’omertà e del ricatto. Dovrebbero riflettere i dirigenti nazionali e internazionali.

Dei sei Tour vinti da Armstrong, questo è stato forse il più facile: troppa la differenza fra lui e gli avversari di cui ha disposto come il gatto col topo. Scomparsi gli spagnoli, in strana coincidenza con alcune vicende doping della vigilia (un corridore iberico fermato per ematocrito sballato); inferiore alle attese Ullrich che dopo 5 secondi posti finisce fuori dal podio; inesistenti i celebrati avversari Mayo e Hamilton, costretti al ritiro alle prime grandi salite.  In buona sostanza il texano non ha avuto neppure bisogno di attaccare, di fare l’impresa per vincere 5 tappe (record personale) ed entrare negli annali. Si è limitato a mettere in testa al gruppo i suoi, in salita, a comandare un ritmo infernale che solo loro sopportavano per ridurre gli avversari all’asfissia. Stessa scena dove il Tour ha giocato la sua classifica: sui Pirenei come sulle Alpi. Troppa la differenza fra i "postini" e gli altri. Uno strapotere che richiama nella mente dei suiveurs il dominio incontrastato della Mercatone Uno negli anni d’oro di Pantani; una formazione dove potenti passisti, specialisti contro il tempo, quasi per miracolo si trasformavano in infaticabili scalatori, capaci di mettere alla frusta gli arrampicatori più celebrati sulle vette del Giro. Ma i miracoli, lo sa bene chi conosce il mondo dei pedali, non sono di questa terra. E il seguito (triste) della storia è ben conosciuto.

Armstrong ha stravinto, ma non ha entusiasmato. Ha ragione il saggio Martini, vecchio ma lucidissimo guru del ciclismo nostrano: "Poteva gestirsi meglio - dice in un’intervista all’Ansa - poteva gestirsi meglio. Non e' riuscito ad entrare nel cuore del grande pubblico. L'episodio con Simeoni, ad esempio, se lo sarebbe potuto risparmiare. Ha vinto il sesto Tour consecutivo e questo lo rende assolutamente unico. Ma sono mancati gli avversari: non c'erano Beloki, né Heras, e Simoni non quello che lo scorso anno vinse il Giro...". Per Bernard Hinault è anche una questione di precorsi, oltre che di avversari: "Se ci fossero state più difficoltà, non avrebbe vinto. Con un simile programma Merckx avrebbe vinto fino a 60 anni". Una frecciata agli organizzatori che hanno fatto finta di niente davanti alle bravate del texano, lo hanno protetto e coccolato come la gallina dalle uova d’oro. Del resto - ed è il fatto più significativo - l’amerikano con i suoi successi sta muovendo l’interesse di tutti gli "States", il che vuol dire l’apertura di un mercato di sponsor che non può non fare gola agli uomini al timone della Grande Boucle. Pecunia non olet. E se per questo bisogna chiudere un occhio, passi. Poco importa se all’orizzonte non c’è ancora uno in grado di opporsi allo strapotere del texano. Ha annichilito tutti. Chi potrà sfidarlo sul serio l’anno prossimo?


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