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BASTIANELLI, ARGENTO
NELLA GARA JR, IN FAMIGLIA TRE GENERAZIONI CORRIDORI
VERONA - Un argento mondiale nato in famiglia quello che Marta Bastianelli, 16
anni compiuti il 30 aprile, ha raccolto oggi a Verona. Giungendo alle spalle
dell'imprendibile olandese volante Vos, ma bruciando sull'ultimo fiato l'altra
arancione Van Dijk, la sedicenne di Lariano (Roma) ha coronato non solo un sogno
personale, ma almeno quelli di tre generazioni di Bastianelli, a cominciare da
nonno Nando, buon dilettante dei suoi tempi, per non parlare del cognato
Alessandro Proni (a sua volta figlio di un altro appassionato ciclista, Umberto
Proni), anche lui dilettante in odore di azzurro quest'anno e a sua volta figlio
di un onesto pedalatore.
Marta, che oggi gareggia per la formazione di Lariano, Acqua e Sapone, corre in
bici dall'età di sei anni, quando cominciò a sgomitare in volata con maschietti
che puntualmente batteva sulle strade laziali. Iscritta al quarto anno
dell'istituto turistico aziendale Marta, figlia di Roberto, autista dell'Atac, e
di Mirella, impiegata in un'impresa di pulizie, è una ragazza con le idee
chiara.
"Voglio diventare famosa - ha confessato ai giornalisti dopo la gara - ma per
questo obiettivo non mi interessa diventare velina. Penso solo al ciclismo,
consapevole dei sacrifici che comporta". In un'età in cui discoteche e primi
amori distraggono, la giovane atleta non sembra farsi incantare: "Gli amori ci
sono ma nulla d'importante. Sono ancora giovane".
L'anagrafe probabilmente la salva anche dai dolori dei rimorsi per aver lasciato
andare la scatenata olandese. "Se arrivavamo tutte in volata - ha ammesso sicura
- avrei vinto. Ho fatto una bella volata corta come piace a me. E' una medaglia
importante la mia e per questo devo ringraziare tutti, dalla squadra, dove
abbiamo saputo superare alcuni problemi, al mio tecnico, alla federazione, che
ha investito molto più che nelle passate stagioni permettendoci un maggior
numero di ritiri".
Tra le grandi del pedale femminile il suo punto di riferimento è la Luperini.
Tra i maschi ammira Cipollini e domenica tiferà per Cunego e Bettini.
SIUTSOU, PRIMO ORO BIELORUSSO DELLA STORIA
VERONA - Dal controllo assoluto della corsa alle medaglie e i piazzamenti che scivolano via come sabbia fra le dita. L'Italia dei giovani corre, colntrolla, si danna l'anima con generosità e tempismo, ma fallisce il podio. Di poco. La "medaglia di cartone", la quarta onorevolissima piazza tocca a Domenico Puzzovivo, giovane materano che porta le speranze e le aspirazioni del profondo sud alla ribalta del ciclismo che conta. Fino a dieci chilometri dal traguardo è stato in lizza per la medaglia d'oro nella prova in linea per gli under 23. Poi, sull'ultima salita delle Torricelle, ha dovuto lasciar spazio al bielorusso Siutsou (che conquista il primo oro mondiale della storia per il suo paese) e poi arrendersi al ritorno arrembate di due de grandi favoriti della vigilia l'olandese Dekker (già argentonella crono di Bardolino) e il danese Christensen. "Sono davvero contrariato - ha sottolineato il dilettanto lucano - perchè credevo nella possibilità di vincere l'argento: purtroppo in salita ho avuto i crampi. Mi spiace per essere arrivato a ridosso del podio e, soprattutto, di non aver ripagato la fiducia dei miei compagni che mi hanno permesso di andare in fuga".
"Gli atleti hanno dato l'anima, non ci sto alle critiche di chi ha visto una Italia correre male". Antonio Fusi, cittì della nazionale dilettante, è convinto che la sua squadra, rimasta a secco di medaglie nella prova in linea under 23 ai Mondiali di ciclismo di Verona, si sia comportata nel migliore dei modi: "Pozzovivo non è partito troppo presto - ha sottolineato il tecnico federale - ma in compagnia di Siutsou, il bielorusso che oggi è stato il più forte e merita solo dei complimenti. Visconti è stato un pò esuberante però si è messo al servizio della squadra così come Nibali, dimostrando anche che tra due siciliani non c'è rivalità". Resta il fatto che quando sull'ultima salita Dekker e Christensen sono scattati all'inseguimento di Puzzovivo e del bielorusso i nostri due, pur presenti del drappello dei migliori ad inseguire, non hanno saputo o potuto agganciarsi. Forse, in un impeto di generoso voler ben fare, avevano speso troppe energie in precedenza.
"Tre nei primi dieci significa avere una
squadra compatta. Purtroppo alle volte, nel ciclismo, non si raccoglie niente
nemmeno dopo aver dimostrato di essere la nazionale più viva". E' amareggiato,
Giovanni Visconti, per una selezione azzurra rimasta all'asciutto nella prova in
linea per under 23 ai Mondiali di ciclismo di Verona. "Pozzovivo non deve
scusarsi per non essere riuscito a salire sul podio - spiega il campione
d'Europa, giunto settimo - In salita oggi era il più forte e pensavamo potesse
staccare il bielorusso nel finale.
Dietro lo abbiamo coperto ma forse ha pagato una fuga cominciata con troppo
anticipo".
CIONI FERMATO PER VALORI EMATICI FUORI NORMA
VERONA - Brutto risveglio ai mondiali veronesi. In mattinata un secco comunicato della federciclismo rende pubblico l'ennesimo caso di stop per valori ematici sballati. Dario David Cioni non correrà il mondiale perchè non ha superato un controllo medico della Federciclismo che lo ha dichiarato inidoneo. Sono i test tradizionali della Fci "a tutela della salute". Nella formazione azzurra sarà sostituito da Pellizotti. "Dario David Cioni non figura più nella composizione della squadra ufficiale azzurra - spiega la nota Fci - in quanto considerato inidoneo a seguito di un controllo sanitario preventivo della Fci per la tutela della salute. La Commissione medica delle Fci come nelle sue prerogative è disponibile a collaborare con l'atleta italiano e il suo staff me dico per effettuare accertamenti clinici che chiariscano l'origine della non idoneità". Come seconda riserva subentra Marzio Bruseghin, che ha già corso la prova a cronometro con la maglia azzurra.
Tutto come in un film già visto, tutto
come in un vecchio horror dove, però, l’unica vera vittima, alla fine è il
ciclismo e la sua credibilità (o meglio non credibilità). Ancora un corridore
azzurro fermato per valori ematici sballati; a San Sebastian ’97, l’ultima
volta nel clan azzurro maggiore, toccò nientemeno che a Claudio Chiappucci, il
popolare “Diablo”; ieri ancora un’ondata di vergogna e avvilimento per la
nazionale a due passi dal mondiale di domenica. Dario David Cioni, trentenne di
origine inglese (è nato a Reading), uno dei più promettenti atleti del lotto
azzurro, quarto al Giro d’Italia e terzo al Giro di Svizzera quest’anno, è stato
fermato dai medici azzurri, dopo che test “preventivi a tutela della salute”
hanno rivelato valori anomali nel suo sangue. La Fci segue un suo protocollo e
una sua giusta linea: se un parametro su 4 fra ematocrito, emoglobina,
reticolociti e ferritina risulta fuori norma, l’atleta viene fermato. Cioni ne
avrebbe avuti addirittura due: ematocrito ed emoglobina. Oltre non si va in nome
del solito ipocrita alibi della “tutela della privacy”. Ma è già abbastanza,
perché, è difficile da spiegare come si possa giungere a valori “border line”
(il limite per l’ematocrito è fissato al 50%) o “leggermente superiori” (ma il
presidente federale Ceruti parla di limiti superati nettamente), dopo una corsa
a tappe di tre settimane come la Vuelta, che l’atleta della Fassa ha pedalato
prima dell’appuntamento iridato. Infatti, come provano varie ricerche
scientifiche, la fatica porta ad un naturale abbassamento di quel valore
ematico: anche di 4-5 punti. Averlo “border line” o poco più dopo una Vuelta,
dunque, vuol dire averlo normalmente più alto di 4-5 punti; il che dovrebbe
obbligare alla notifica di tale eccezione all’Uci, la federazione
internazionale, che a sua volta certifica quella eventualità. Come è accaduto
per lo stesso Damiano Cunego, vincitore del Giro 2004, portatore di valori
ematici superiori al massimo consentito, ma considerati “naturali” dall’Uci,
dopo una lunga trafila di verifica. Senza il “certificato” Uci difficile trovare
altri alibi. In questo caso: “Non c’è alcuna documentazione ufficiale dell’Uci
che attesti valori naturali border line”, taglia corto Ceruti. Ma il corridore
insiste: "Ho da sempre, e non è una novità, valori del sangue diversi rispetto
alla media. Ora mi trovo questa tegola sulla testa per motivi che sicuramente
saranno chiariti. Sono
fiducioso sull'esito dell'intera vicenda, anche se ormai il danno è stato fatto.
Appena possibile mi recherò a Losanna per accertamenti approfonditi per mettere,
definitivamente, la parola fine sull'incertezza che aleggia sui miei valori".
La Fci, in ogni caso, si attesta su posizioni prudenti. Si apre – recita un comunicato - alla “collaborazione con l’atleta e i suoi medici per appurare meglio le cause di tali anomalie”. Ma resta uno stop che pesa, soprattutto a livello di immagine, per un ciclismo disperatamente alla ricerca della credibilità perduta. Proprio l’altro giorno la formazione della Liquigas nell’illustrare il nuovo organico per il rientro nel grande ciclismo, dopo lo stop di tre anni fa in seguito alle vicende doping del Giro d’Italia 2001, aveva presentato Cioni come una delle punte più apprezzabili. Cosa accadrà ora del rigore tanto promesso?
REBELLIN ESCLUSO: "MI SPIACE, MA GUARDO AVANTI"
SOAVE (VERONA) - dall'inviato dell'Ansa
Giampaolo Balestrini - "Non so ancora perchè sono stato escluso alle
Olimpiadi dalla nazionale azzurra. Mi è arrivata una lettera del presidente
federale Ceruti in cui si spiegava che ero stato lasciato fuori per decisione
tecnica del Ct Ballerini. Non so che decisione tecnica sia lasciare fuori uno
che ha vinto tre classiche in una settimana, che ha fatto una cosa che nella
storia nessuno ha fatto. Non capisco. Mi sembra una presa in giro nei miei
confronti e dei miei tifosi".
Davide Rebellin, senza mai alzare la voce, racconta le sue sensazioni dopo
l'esclusione dal mondiale per problemi 'burocratici' sulla sua nuova nazionalità
argentina.
Rebellin parla in un hotel di Soave dove ha sede il ritiro della nazionale
argentina. Il leader di Coppa del mondo ricostruisce il perchè della sua mancata
partecipazione: "Ho il documento di identità nazionale argentina, in pratica la
carta di identità, e copia della documentazione presentata al giudice federale
che deve produrre una risoluzione di nazionalità. Una risoluzione che andava
consegnata all'Uci, ma che non c'è ancora per motivi burocratici e di tempo. E'
addirittura possibile, paradossalmente, che arrivi ancora oggi visto che in
Argentina è mattino". Ha avuto sensazione che ci siano state pressioni per
escluderla dal mondiale? "Non lo so.
So che mi interessava correre il mondiale e che invece non ci sono. Non so a chi
dare la colpa. Tra l'altro un mondiale qui a Verona, dopo quello del '99 quando
caddi, per me vale doppio.
Visto che la frattura con Ballerini non è più recuperabile, Rebellin continua
nella sua scelta argentina: "Sono contento della mia scelta, ho l'unico
rimpianto di non averla fatta prima. Ma ho atteso perchè è un passo molto
importante, mi sento italiano e mi dispiaceva lasciare l'Italia. Se le Olimpiadi
fossero state un mese prima, forse ce l'avrei fatta a correre il mondiale da
argentino. Ma io aspettavo un chiarimento con Ballerini, ma questo non è mai
arrivato. Io, comunque, non ho nulla contro l'Italia. Anche contro Ballerini non
avevo nulla, se lui si chiarisse tornerei a cena con lui come l'anno scorso".
Ballerini, ancora ieri, ha detto ai giornalisti che se Rebellin non avesse
scelto l'Argentina ora sarebbe nel ritiro azzurro, come una delle tre punte: "Lo
dice ora, perchè non me lo ha detto prima? Ora è troppo tardi, voglio andare
avanti con l'Argentina, voglio creare qualcosa, un gruppo forte, con questa
nazione. E magari vincere anche la Coppa del Mondo da argentino".
"Il mondiale comunque lo guarderò in Tv, è il mio sport, è sempre bello da
vedere. Tiferò per i più forti. L'Italia è un'ottima squadra e la Spagna ha
Valverde che è, secondo me, al di sopra di tutti. Comunque è un mondiale che può
essere aperto".
Rebellin invita i suoi tifosi a stare tranquilli: "Mi hanno chiamato dicendo che
volevano fermare il mondiale. Gli ho detto di stare fermi, anche perchè non è
nel mio stile fare casino e rovesciare tutto". E con serenità guarda già al
futuro: "Ieri, quando avevo già capito come sarebbe andata a finire, ho comunque
pedalato sette ore. Perchè ora ci sono ancora la Parigi-Tours e il Giro di
Lombardia, perchè voglio vincere la Coppa del mondo".
VERONA - Il ceco Roman Kreuziger, già argento nella crono di Bardolino è il nuovo campione mondiale di ciclismo Juniores. Sul traguardo di Verona ha preceduto il tunisino Rafaa Chtioui, secondo, e lo sloveno Simon Spilak. La gara si è decisa all'ultimo giro, in discesa, dove si sono staccati dai migliori proprio il ceko Roman Kreuziger, e il tunisino Rafaa Chtioui. I due hanno guadagnato e conservato un vantaggio minimo sino alla volata conclusiva, con l'africano, nettamente meno veloce, che si è dovuto accontentare di un argento, che è comunque storico per la sua nazione. E' infatti la prima medaglia ad un mondiale di ciclismo per quel paese. L'Italia non è riuscita a centrare il podio perchè Eros Capecchi ha esitato troppo nell'intento di controllare lo sloveno Simon Spilak, finendo poi quarto al traguardo. I due si sono guardati a lungo consentendo così alla coppia di testa di guadagnare il vantaggio decisivo. Il diciottenne azzurro, che è anche molto veloce allo sprint, si è poi fatto infilare dal rivale, lamentando poi, proprio come accadde a Pozzovivo, fastidiosi crampi. Ed è sfumato così anche il bronzo. L'impresa dell'africano non nasce dal nulla. Il tunisino è stato dodicesimo nella crono di Bardolino, quarto ai recenti mondiali su pista americani. Si allena a Ginevra grazie ad una borsa di studio dell 'Uci, la ffederazione internazionale, nell'ambito di un programma di aiuti alle nazimoni meno ciclisticamente volute e meno ricche. "Preparavo questa gara da almeno due anni" ha detto a fine corsa - sono contento per la mia famiglia per l'Africa intera e per il presidente della Tunisia che incoraggia molto il ciclismo".
GUDERZO, L'ARGENTO CHE NON TI ASPETTI
VERONA - "Finalmente corono un sogno". E' un
argento che vale oro quello di Tatiana Guderzo. Anche perchè per l'asfittica
compagnia azzurra delle donne élite, il podio della massima categoria era un
miraggio da tempo. Precisamente dal 1997, quando a San Sebastian si impose la
bella Alessandra Cappellotto. Una medaglia d'argento dietro ad una atleta
fortissima come la tedesca Arndt che nel finale ha staccato tutta la concorrenza
vale davvero tanto. La Guderzo ha attaccato nell'ultimo giro a più riprese. Ma
prima la squadra allestita da Rosario Fina si è mossa con grande attenzione e
precisione quasi cronometrica, puntando prima su Anna Zugno, che però è
scivolata in discesa senza grosse conseguenze, e poi sulla campionessa europea
contro il tempo della Top Girls. La veneta, nel finale ha fatto vedere tutta la
sua grinta e la eccellente condizione fisica tentando più volte l'allungo.
Purtroppo con una attimo di ritardo rispetto all'azione della Arndt, ma
caparbiamente. "Soffrivo - racconterà dopo - ma sapevo che anche le altre
soffrivano come me per la fatica. e allora mi sono detta: vediamo chi molla
prima. Mi è andata bene". "La squadra ha lavorato benissimo -
racconta la ventenne vicentina, campionessa europea a cronometro - ed eravamo
d'accordo affinchè rimanessi coperta sino all'ultimo giro, dove ho dato tutto
quello che avevo in corpo. La Arndt, però, è stata la più forte". La Guderzo
racconta anche quando ha capito di poter andare a medaglia: "Nell'ultimo giro
volevo ripagare il gran lavoro delle mie compagne, in salita ho sentito le gambe
che andavano bene e mi son detta: proviamo. E non mi sono più risparmiata".
"Sono orgoglioso di questa squadra, l'argento di Tatiana Guderzo è un
sogno che si concretizza". Rosario Fina, ct azzurro è ovviamente raggiante. "Le
ragazze - spiega il tecnico federale - hanno disegnato un capolavoro, mettendo
in atto tutto quello che avevamo programmato a tavolino. Questa medaglia sta a
significare che abbiamo un gran vivaio: questa squadra può togliersi tante
soddisfazioni per i prossimi dieci anni". Sul podio sale anche la norvegese
Anita Valen, messasi inutilmente all'inseguimento della vicentina.
La Guderzo, vicentina di Marostica, diplomata ragioniera è studentessa di
Scienze Motorie. "Sono ancora giovane - spiega l'atleta italiana della Top Girl
- e non c'è rammarico, semmai la voglia di riprovarci in attesa di fare la
moglie e la mamma". Compatriota di Giovanni Battaglin, vinvitore del Giro
d'Italia nel 1981, spiega di aver ereditato la febbre del ciclismo dal cugino
Michele Novello.
Ha cominciato a correre a sette anni e sino a oggi ha raccolto diverse
soddisfazioni: dall'europeo under vinto pochi mesi fa alle partecipazione alle
Olimpiadi e ora al mondiale con una discreta prova a cronometro. In attesa di
incontrare il principe azzurro, oltre alla maglia dedica al colore nazionale
anche la parte superiore delle unghie: una scaramanzia"L'ho inaugurato agli
europei - spiega - e mi ha portato fortuna. Anche qui non mi ha tradito".
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IL TRIPLO COLPO DI FREIRE
VERONA -
Ormai con il mondiale Oscar Freire si e' dato un appuntamento fisso: a
Verona, nel primo a cui ha partecipato
nel '99, ha vinto; l'anno dopo a Pluoay e' arrivato terzo; nel 2001 a Lisbona
con una volata come quella di oggi lo rivinse. Nel 2002 in finale il gruppo si
spezzo' per una caduta, lui rimase dietro e non pote' partecipare alla volata
poi vinta da Mario Cipollini. Un anno fa ad Hamilton e' arrivato
nono, oggi e' tornato iridato. Ha una eccellente visione della
corsa, che gli permette di arrivare lucido nei momenti cruciali, spreca
pochissime energie ed è dotato di un grande spunto in volata: è il prima
grande talento mai espresso dalla Spagna per le corse di un giorno, perchè piu'
sono lunghe le corse e piu' viene valorizzato l'acume e lo spunto. Freire ha 28
anni, e' spagnolo di Torrelavega cittadina industriale in Cantabria, la regione
tra Paesi Baschi e Asturie. Si presento' da sconosciuto nel
'99 al mondiale di Verona e torno' a
casa con la maglia iridata. ''A Verona
arrivai senza fama - ha sempre raccontato - non ero certo nei pronostici. Vinsi
e mi cambio' la vita, sportiva e personaleþþ.
In carriera ha vinto 34 corse. Oltre al tris mondiale brilla nel
suo palmares il successo di quest'anno nella Milano-San Remo. Corre per
l'olandese Rabobank che lo stipendia con un milione di Euro all'anno.
Freire nel periodo in cui ha corso con la italiana Mapei, che lo prese dalla
spagnola Vitalicio, ha sofferto di una lombo-ischio-sciatalgia sinistra che gli
ha fatto perdere mesi. Una sindrome 'aspeficica', che proprio in quanto tale era
difficile da curare. Sempre per il problema alla schiena i suoi allenamenti
erano ridotti, al massimo 130 km. Ma ai problemi
fisici ha sempre sopperito con il grande talento.
Il sogno di un'oro italiano ai mondiali
di ciclismo conclusisi oggi a
Verona si e' probabilmente infranto
con il ''bacio'' che il manubrio della bici di Paolo Bettini ha stampato sul
ginocchio destro dell'atleta durante un cambio ruota. Con il capitano fuori
gioco e' stato difficile per l'Italia contrastare l'armata spagnola che negli
ultimi due giri non ha faticato a traghettare Oscar Freire sul traguardo a lui
noto di Verona. ''Cinque anni fa non
ci avrei scommesso - ha ammesso il tre volte campione del mondo che proprio in
corso Porta Nuova nel 1999 aveva lasciato tutti a
bocca aperta - questa volta ero consapevole della mia forza e di quella della
mia squadra. Abbiamo controllato la gara nelle fasi finali. Non potevo perdere''.
Una formazione compatta quella iberica che, sfruttando a dovere la ''mala
suerte'' di Bettini, ha dettato legge.
''L'Italia era forte - ha ammesso il ct della nazionale spagnola
Francisco Monteguera che per sua ammissione probabilmente non guidera' la Spagna
ai mondiali madrileni del 2005 -
e pericolosa anche nel finale con Cunego e Basso. Ma Freire e' il piu' forte e
aveva due alfieri straordinari come Gutierrez e Valverde''. A chi gli consiglia
di prendere casa a Verona Freire
risponde con un sorriso e la promessa di pensarci mentre rifiuta ogni paragone
con il ''cannibale'' Merckx anche lui tre volte iridato che considera ''irraggiungibile''.
Gli azzurri archiviano un bilancio non esaltante con il bronzo di Luca Paolini
per il quale la medaglia che gli pende dal collo avrebbe potuto essere di un
altro metallo. ''L'incidente di Bettini ci ha condizionati - ha ammesso -
perche' era il favorito. La maglia di campione del mondo e' la
cosa piu' importante del ciclismo e
averla persa brucia un po'. Sono contento per il mio risultato pero' mi dispiace
per i tifosi. Ai tre km finali - continua Paolini, raccontando la volata -
pensavo di essere a Zoolder, mancavano solo Petacchi e Mc Ewen. Fino ai 500
metri ero a ruota di Oscar poi sono risaliti gli australiani. Credo di essere
stato bravo a reggere. E' stata una volata corretta. Ci si tocca sempre in
qualsiasi
gara figuriamoci a un mondiale''. L'incidente a Bettini e' una
costante nelle dichiarazioni degli azzurri: sia Nardello (''c'e' mancato il
capitano abbiamo cercato di far selezione ma non ci siamo riusciti'') che
Pelizzotti (''con Bettini ce la potevamo giocare in modo diverso, ma una
medaglia non e' da buttar via'') regalano lo stato d'animo della squadra di
Ballerini. ''Quando Bettini si e' fatto male - ha ricordato da parte sua Damiano
Cunego - siamo rimasti per un paio di giri in 'stand-by' abbiamo
rallentato permettendo al gruppo tre giri facili. Abbiamo fatto il
possibile. Credeteci''. Il ragazzo di Cerro Veronese e' pacato e nelle sue
dichiarazione non ha nascosto rancore ne' rabbia. Lo ha confermato mamma Anna
Maria che lo aspettava subito dopo la gara. ''E' molto sereno - ha sottolineato
la donna - e anche per lui e' andato tutto bene''.